Argomenti e scritti tratti dal libro "Colore come frontiera della visione"  di Fiorenzo Mascagna

La visione: occhio-cervello

Siamo talmente abituati a vedere da non renderci conto che questo semplice fatto dipende da meccanismi complessi che coinvolgono sia il mondo esterno quanto il sistema cerebrale che guida le azioni compiute quotidianamente. Chi non sarebbe pronto a scommettere che la visione dipende esclusivamente dagli occhi?

D’altra parte qualsiasi oggetto ci appare come esterno e la sensazione che ne riceviamo porta a credere che il miracolo coloristico della natura venga letto e interpretato dal foro pupillare che si apre in mezzo all’iride. In realtà le cose stanno diversamente rispetto a come verrebbe più comodo immaginarle.

Partiamo innanzi tutto dal presupposto che se non ci fosse la luce non potremmo vedere nulla. Questo vuol dire che le immagini trasportate dai raggi luminosi impressionano la retina ma giungono in modo alquanto diverso al sistema cerebrale. Il passaggio è quello che va dal grande del mondo naturale all’infinitamente piccolo del sistema cerebrale per poi tornare nuovamente grande attraverso la visione. 

Fisiologia ottica e teoria della luce sono i cardini che fanno della visione la principale fonte di informazione necessaria al nostro orientamento nei confronti della realtà che abbiamo intorno. Per comprendere i processi della visione è importante avere chiaro sia il funzionamento dell’occhio quanto la trasformazione dei segnali luminosi che giungono al sistema cerebrale.

Senza l’approfondimento di questi due aspetti correlati tra loro qualsiasi spiegazione risulterebbe sterile e inconcludente. Sebbene la tendenza comune porti a distinguere apparato visivo e sistema cerebrale, dovremmo invece imparare a considerare questi due ambiti come una cosa sola, non fosse altro perché le stimolazioni che la retina riceve vengono trasmesse al cervello sotto forma di segnali elettrochimici tramite il nervo ottico, il quale può essere considerato come il naturale canale di congiunzione tra occhio e sistema cerebrale.

L’occhio non fa fotografie e non ha abbastanza spazio per inviare al cervello immagini già confezionate, quindi il paragone con la macchina fotografica che verrebbe comodo utilizzare non può essere fatto. La realtà è troppo grande per essere spedita come un pacco postale al sistema cerebrale, quindi necessita di essere compressa e scomposta per poi essere ricostruita. 

Per quanto l'organizzazione visiva susciti meraviglia, non può essere considerata perfetta. La prova di questa affermazione è nelle illusioni ottiche e quindi nelle possibilità che esistono di ingannare il cervello fornendogli la stessa distribuzione di luce di due oggetti simili ma diversi. Un quadro iperrealista invia al cervello grosso modo la stessa eccitazione retinica dell’immagine fotografica.

Soltanto grazie a una successiva e attenta analisi sarà possibile scoprire la differenza che passa tra la figura dipinta e quella fotografata. Altra cosa che può essere detta e che condizionerà il proseguo di questo viaggio è che in realtà non possiamo vedere linee dritte perché tutto quello che guardiamo passa attraverso il cerchio del foro pupillare e finisce sulla curvatura retinica. È la ragione del perché l'orizzonte ci appare convesso e la città concava se osservata da una torre.

L'apparato visivo è una efficiente organizzazione anatomica dove ogni parte si comporta in modo funzionale allo scopo che deve assolvere. La conformazione dell'occhio si avvicina a quella della sfera e il suo diametro varia da 2 a 2,5 cm. Il bulbo oculare non è costituito da materiali rigidi, perché se così fosse non avrebbe alcuna possibilità di movimento. La sua forma è mantenuta nella cavità dalla pressione del fluido presente al suo interno.

Gran parte del rivestimento esterno dell'occhio è costituito da una membrana fibrosa che nella parte anteriore assume le sembianze di una finestra trasparente che può essere paragonata al parabrezza di un abitacolo. Lo scopo della cornea non è soltanto quello di proteggere l’occhio dagli agenti esterni ma è anche quello di garantire una prima deviazione dei raggi luminosi. Essendo priva di vasi sanguigni, può essere considerata come una parte indipendente dell'occhio. 

Sotto la cornea è situata l'iride che con la sua vasta gamma di pigmenti dona all'occhio quella particolare colorazione che rende gli occhi di una persona diversi da quelli di un'altra. Il colore dell'iride, più che definire la bellezza dell’occhio, ha la funzione di schermare i fasci luminosi per evitare che possano avere accessi diversi da quello della pupilla. Può in qualche modo essere considerata come il diaframma di una macchina fotografica, mentre la palpebra è facile immaginarla come un otturatore. In presenza di una grande quantità di luce l’iride si restringe per poi aprirsi fino alla massima dilatazione in condizioni di scarsa luminosità. Va detto che una colorazione della corona tendente al celeste o al verde chiaro ha un minore potere schermante rispetto a rivestimenti di colore scuro.

È possibile che le persone dagli occhi chiari debbano far ricorso a un supplemento di schermatura fornito da semplici occhiali da sole. Questo avviene soprattutto in estate e nelle ore di massima luminosità. Al centro dell'iride è presente una apertura circolare che va sotto il nome di pupilla. Il foro pupillare non è una parte anatomica ma il restringimento di questo particolare schermo. Più che di dilatazione della pupilla dovremmo parlare di apertura dell'iride, visto che la dimensione del foro dipende dalla contrazione della corona.

L'immagine contenuta nei raggi luminosi passa attraverso la lente del cristallino che ha la funzione di mettere a fuoco gli oggetti visti da lontano o da vicino. Questa  membrana che ha il compito di accomodare la vista tende ad assumere una forma convessa per la messa a fuoco di oggetti vicini e concava per quelli lontani. Il processo avviene grazie ai legamenti sospensori dell’occhio che consentono mobilità sia interna che esterna alla lente.

A differenza di altre parti anatomiche del corpo umano, il cristallino è costituito da cellule che quando muoiono non si rinnovano. Con il passare degli anni il cristallino tende a irrigidirsi perdendo gran parte della sua elasticità dalla quale dipende la messa a fuoco della vista. La conseguenza di questo irrigidimento è la perdita di elasticità originaria che va sotto il nome di presbiopia.

Se la lente è a contatto con l'iride, maggiore distanza intercorre tra il cristallino e la retina. Questo spazio è colmato da una sostanza gelatinosa detta umor vitreo. I raggi luminosi, una volta accomodati dalla lente, finiscono sulla retina costituita da una sottile membrana ricca di vasi sanguigni e da cellule nervose. La parte concava dell'occhio rivestita dalla retina è in diretto rapporto con il cervello tramite il nervo ottico. 

In prossimità di questo importante canale di accesso è presente una piccola depressione denominata cavità foveale. Gran parte del lavoro che le cellule retiniche compiono per inviare gli impulsi al cervello viene svolto all'interno di questa piccola depressione prossima al nervo ottico. Le cellule nervose presenti in questa zona non si comportano tutte nello stesso modo e, suddividendosi in due gruppi distinti, assumono specifiche funzioni.

I fotorecettori che prendono il nome di coni e bastoncelli della retina sono un po' gli operai di questa complessa fabbrica delle immagini. A loro è dato il compito di trasferire al cervello quanto abbiamo visto spalancando gli occhi. Tutti i tipi di fotorecettori in condizioni di scarsa luminosità si comportano come bastoncelli consentendoci la visione chiaroscurale e la percezione del movimento.

A differenza delle cellule coniche, preposte alla visione cromatica, i bastoncelli vengono attivati da pochi quanti di luce. Se possiamo passeggiare al chiaro di luna o riconoscere gli oggetti con la sola luce di una candela lo dobbiamo ai bastoncelli che se hanno un difetto è soltanto quello di avere una scarsa propensione per il colore.

Vedere acromaticamente non significa avere a che fare con una percezione limitata della realtà. La maggior parte dei mammiferi vede il mondo attraverso una ricca varietà di grigi e non per questo è soggetta a una visione parziale della natura. La vista è sempre funzionale alle esigenze di sopravvivenza. Per un predatore, prima ancora della percezione cromatica, è importante essere dotato di una eccellente visione periferica che gli consenta di percepire con efficacia il movimento di tutto quello che gli ruota attorno. Se noi, grazie alla visione periferica dei bastoncelli, percepiamo il movimento in prossimità dell'orecchio, un felino, tigre o gatto che sia, può riconoscere la mobilità di un oggetto fin dietro la testa.

Detto questo, diventa necessario approfondire la funzione delle cellule coniche presenti nella regione della retina che sono a più stretto contatto con il cervello. Come è stato dimostrato sperimentalmente, possiamo essere soggetti a una parziale cecità nel momento in cui si crea confusione di ruolo tra coni e bastoncelli.

Normalmente il passaggio da una visione fotopica (a colori) a quella scotopica (chiaroscurale) avviene gradualmente e quindi le cellule fotosensibili hanno tutto il tempo per adattarsi alle condizioni di luminosità presenti al momento. Quando il mutamento di condizione è brusco e repentino la sensazione che abbiamo è che qualcosa non stia funzionando come dovrebbe.

Altro aspetto importante della visione è il riflesso di fissazione, che poi altro non è che il ruotare lo sguardo per permettere alle immagini di finire all'interno di questa specie di imbuto, (cavità foveale) dal quale partono i segnali da inviare al sistema cerebrale. Il movimento oculare si rende necessario al fine di garantire la materia prima a questo tipo di cellule preposte alla funzione di inviare segnali elettrochimici al cervello. L’immagine in apparente movimento presente nella pagina successiva dimostra quanto l’occhio non sia in realtà mai fermo. Non è quindi la figura a muoversi ma questa particolare sensazione è provocata dal processo di fissazione. 

Il perché le cellule coniche siano poco numerose rispetto ai bastoncelli dipende dal fatto che sono direttamente collegate alle fibre nervose e quindi funzionano come singole interconnessioni.

Come è stato detto, il campo visivo dell'occhio è decisamente più piccolo della realtà osservata. È per allargare la panoramica visuale che abbiamo bisogno di muovere costantemente le pupille. Ruotare lo sguardo è spingere di fatto le immagini dentro questa piccola depressione popolata da cellule recettive coniche.

Questi recettori, che stiamo imparando a conoscere, si suddividono a loro volta in tre gruppi ben distinti. Il paragone più semplice che può essere fatto fa somigliare questa suddivisione a dei raccattapalle in un campo di calcio. Una regione è sensibile ai rossi e agli aranci, un'altra alle lunghezze d'onda centrali dei gialli e dei verdi e l'ultima a quella dei blu e dei violetti.

Lo stimolo ricevuto dall'oggetto sollecita tutti e tre i gruppi di recettori, ma ogni gruppo manda al cervello il segnale catturato secondo la propria predisposizione alla decodificazione.

Gli impulsi che giungono all'apparato cerebrale sono dunque tre, ma ognuna di queste stimolazioni ha specifiche caratteristiche che una volta sommate nello stimolo risultante corrispondono all'oggetto che stiamo osservando.

Luce madre dei colori

La formazione dei colori che ritroviamo nel mondo della natura e negli oggetti con i quali abbiamo a che fare tutti i giorni è il risultato di una complessa mescolanza di onde elettromagnetiche.

Una arancia dalla tipica colorazione tradizionale riflette radiazioni tra i 510 ed i 680 nanometri di lunghezza d'onda. Lo stimolo che l’occhio riceve attiva tutti i coni che possono rispondere a queste sollecitazioni. Questo vuol dire che al cervello arriva sempre una tripletta di segnali. Ogni gruppo di raccattapalle manderà al centro del campo quelle cadute nella propria zona di competenza.

Se la somma di luci proiettate alla medesima intensità luminosa ha come risultato il bianco, la mescolanza dei pigmenti sulla tavolozza del pittore genera il nero. Nessun rosso o giallo appartiene in realtà all’oggetto che stiamo osservando. Per provarlo è sufficiente trasferire una sciarpa rossa dentro una stanza buia, o magari illuminare con una lampada violetta la copertina gialla di un libro. La sciarpa rossa diventerà nera, mentre la copertina apparirà grigia.

Qualsiasi ragionamento che abbia come punto di origine la definizione cromatica deve passare necessariamente attraverso una semplice considerazione: la luce è la madre di tutti i colori. Un oggetto non è colorato ma si colora ogni volta che viene investito dal fascio luminoso, il quale rimanderà indietro sotto forma di sensazione le lunghezze d’onda della luce non assorbite dal materiale in questione. 

 

Un fatto ottico elementare è quello che indica la propagazione della luce in linea retta. Questa considerazione ci obbliga a ripercorrere brevemente il dibattito sulla natura della luce che dalla metà del Seicento fino all’avvento di Einstein ha animato il salotto della scienza, regalandoci affermazioni e smentite di ogni tipo.

 La teoria di Newton, accettata fino ai primi dell’Ottocento, si fondava sul solido presupposto che la luce fosse composta da tanti piccoli corpuscoli sparati come proiettili dalla fonte luminosa. Se lo scienziato inglese si era convinto di questo è perché aveva provato sperimentalmente le intuizioni di Leonardo, e cioè che il fascio di luce proveniente dal Sole, che non esiteremmo a definire bianco, si disperdeva a contatto con un prisma di vetro, evidenziando deviazioni di diverso tipo: minori per il rosso e massime per il violetto.

Tutte le teorie fantastiche sull’arcobaleno caddero all’istante e furono riposte nel cassetto delle congetture. Quello che Newton fece nel 1676, attraverso il suo esperimento, fu creare un arcobaleno da laboratorio. Gli fu sufficiente praticare un piccolo foro sullo sportello di una finestra per collocarvi dietro un prisma di vetro. Il risultato fu sorprendente.

La luce bianca entrando nel vetro si disperdeva a ventaglio, proprio come avviene per le goccioline d’acqua sospese nell’aria che incontrando la luce creano la meraviglia dell’arcobaleno. Con la spiegazione di natura corpuscolare che lo scienziato inglese aveva dato, le teorie sull’etere non avevano più ragione di esistere. Si trattava semmai di stabilire le velocità di questi corpuscoli, visto che subivano una diversa deviazione nel prisma di vetro. 

Quando sembrava che non ci dovessero essere più dubbi sulla natura della luce fece la sua comparsa sulla scena un altro luminare della scienza, Christiaan Huygens che, riproponendo la teoria ondulatoria della luce, avanzò un’ipotesi diversa rispetto a quella largamente accettata dalla scienza ufficiale.

Le tesi ondulatorie espresse prima di Huygens avevano avuto poca fortuna perché non riuscivano a spiegare la formazione delle ombre. La teoria del fisico olandese stabiliva invece per le onde luminose misure pari ad un miliardesimo di metro, quindi tutte troppo piccole per aggirare qualsiasi ostacolo visibile a occhio nudo. L’idea di Huygens era che non si trattasse di corpuscoli ma di onde capaci di propagarsi anche nel vuoto. La teoria corpuscolare e quella ondulatoria si contesero per un lungo periodo la scena, anche se quella ondulatoria sembrò spiegare meglio la maggior parte dei fenomeni legati alla propagazione luminosa. Questo fino a quando Einstein, servendosi degli studi di Max Planck, disse che probabilmente il fenomeno della propagazione luminosa era tanto di natura corpuscolare che ondulatorio.

Se un pacchetto di fotoni (particelle della luce) viaggia in linea retta, nulla impedisce a queste particelle di oscillare trasversalmente durante il tragitto. Un calcio dato con forza ad un pallone imprime alla sfera una direzione ma provoca anche un’oscillazione trasversale. 

 

La teoria attualmente accettata dice che il manifestarsi dei colori dipende dalla capacità di oscillazione e dalla frequenza di queste onde. L’ipotesi di Newton che indicava nella velocità delle particelle la capacità di dispersione della luce si è rivelata sbagliata soltanto in parte. La luce è la somma di tutti i colori ma non dei quanti di energia, bensì delle lunghezze d’onda che compongono il fascio luminoso.

Si è così scoperto che i colori sono in realtà dei numeri ai quali far corrispondere lunghezze d’onda e frequenze. A conferma di questo si può aggiungere che la luce viaggia in modo costante. La variazione di colore non può dipendere quindi dalla velocità dei fotoni, come aveva pensato Newton, ma dalla lunghezza d’onda e dalla frequenza della luce. 

Se un oggetto ci appare rosso è perché illuminato dalla luce riflette radiazioni tra i 680 ed i 760 nanometri, mentre le altre lunghezze d’onda che compongono la luce vengono assorbite dalla materia. Protagonisti di questa reazione sono gli elettroni periferici dell’atomo che scontrandosi con le radiazioni corrispondenti prendono la loro energia che ci giunge sotto forma di sensazione cromatica.

Un oggetto bianco si oppone a tutte le lunghezze d’onda comprese tra il rosso e il violetto, mentre uno nero le assorbe tutte. Una vernice blu è diversa da una gialla perché differente è la composizione chimica del pigmento. Gli elettroni del giallo intercettano lunghezze d’onda tra i 590 e i 560 nanometri. Superata la regione del rosso abbiamo gli infrarossi, che noi non possiamo vedere ma il serpente a sonagli si, poi il microonde e le onde radio.

Oltre la regione del violetto troviamo i raggi x, gamma, beta e la bomba atomica. Da un punto di vista ottico questo significa che la maggiore permanenza retinica del colore è stimolata dai rossi e dagli aranci, mentre il violetto, impressionando poco la retina, tende alla evanescenza. 

 

Percezione della forma

La realtà non è composta soltanto da colori ma è in primo luogo costituita da forme che il cervello registra non senza incorrere in errori di valutazione che possono dipendere da più fattori. Ci è sufficiente volgere lo sguardo all’orizzonte per renderci conto di quanto la curvatura retinica condizioni la visione.

Se è vero che la Terra è rotonda non lo è a tal punto da far congiungere cielo e mare alla distanza di qualche chilometro. La brusca discesa delle nuvole sull’acqua indica quanto l’occhio non sia in grado di leggere linee dritte, se non con il concorso della costanza d’immagine che semplifica la percezione visiva della realtà osservata. Se diciamo che la neve è bianca quando è illuminata da un falò è perché la legge di semplicità agisce al primo stadio ricordandoci il colore della neve depositato nell’archivio cerebrale, anche quando per effetto della luce calda assume una diversa colorazione.

La costanza di immagine fa leva sulla stabilità cromatica e strutturale. Questo vuol dire che il cielo azzurro è in realtà percorso da intense sfumature che vanno da violetto al celeste chiaro ma a noi la percezione giunge sotto forma di colorazione stabile. Aggiungiamo anche che per l’occhio umano 16 immagini che passano in un secondo sono un film e scopriremo con quanta facilità è possibile ingannare il sistema cerebrale mediante espedienti tecnici di vario tipo.

D’altra parte le illusioni ottiche hanno origine sia nella lentezza visiva quanto nella ricostruzione erronea che il cervello compie in presenza di immagini ambivalenti. Questo tipo di condizione è denominata bistabilità della vista e prende punto fisso dalla complementarietà generale che guida l’esperienza della visione. 

Se è vero che il cervello è in grado di produrre l’opposto del colore osservato è altrettanto vero che un’immagine opportunamente costruita può fornire al sistema cerebrale una doppia interpretazione. Ne abbiamo esempi eloquenti negli effetti ottici che offrono della medesima cosa due diverse chiavi di lettura. Visto che l’acume visivo di un falco è sette volte il nostro, possiamo essere certi che buona parte della realtà osservata fa giungere il cervello a conclusioni errate. La prima legge della percezione visiva è quella di semplicità.

Questo sistema di regolamentazione tra noi e l’esterno agisce secondo una logica piramidale che va dal semplice al complesso. Come è stato detto vediamo attraverso l’occhio che è l’unica parte geometricamente definita del nostro corpo. Ne risulta che la visione subisce il condizionamento del foro pupillare.

Le immagini che corrispondono alla conformazione circolare sono quelle che il cervello registra per prime. Si ha in questo caso una immediatezza percettiva non presente per forme di altro tipo. La seconda figura geometrica che viene letta in modo agevole è il quadrato perché iscritto nel cerchio, la terza il rettangolo percepito come due quadrati affiancati e infine c’è il triangolo. Da questa classificazione emerge che la legge di semplicità non agisce sul numero degli elementi, perché se così fosse il triangolo dovrebbe essere la prima forma ad essere riconosciuta e non l’ultima. È il principio armonico prodotto dalla circolarità e la facilità di memorizzazione che suggerisce l’immediatezza.

Vero è che le sette note della scala musicale sono più facili da leggere rispetto a quattro note sparse sul pentagramma. Altro elemento che condiziona la visione è l’orientamento. Per l’occhio umano un quadrato è semplice se la linea di base poggia sul piano. Diventa complesso quando viene messo in piedi sul vertice.

In questo caso, venendo meno lo specchiamento orizzontali e verticale, l’immagine appare articolata e soprattutto non è percepita come iscritta nel cerchio.  Se ne può dedurre che la massima corrispondenza percettiva tra colore e forma è data dal cerchio e dal rosso, anche se in psicologia della forma si indica il blu come naturale associazione tra colore e forma circolare. Quindi il cerchio è blu, il quadrato rosso e il triangolo giallo. Il percorso che conduce alla corrispondenza tra colore e forma va esteso anche ai secondari. Per il verde abbiamo il triangolo lobato, per l’arancio il trapezio e infine per il viola l’ovale. La vista è condizionata non soltanto dal foro pupillare ma, essendo per conformazione binoculare, segue un andamento percettivo orizzontale. 

 

Il tipo di spostamento che gli occhi compiono nell’afferrare le strutture significanti implica in primo luogo il rapporto tra destra e sinistra. Fatta eccezione per immagini comprese nella circolarità che vengono catturate dalla convergenza oculare, le altre subiscono una lettura che iniziando da sinistra termina a destra.

Questo vuol dire che l’occhio, soffermandosi di più alla fine del percorso visivo, provoca un leggero ingrandimento dell’immagine nella parte destra. Due cerchi identici posti in antitesi sulla fascia orizzontale offrono una diversa risposta percettiva: quello di destra apparirà leggermente più grande rispetto a quello collocato a sinistra.

La lettura verticale è invece in diretto rapporto con la legge di gravità per la quale gli oggetti scuri e verticali sono collocati in basso mentre in alto trovano collocazione quelli chiari percepiti come linea orizzontale. Il condizionamento della legge di gravità non è di quelli marginali perché determina il rapporto tra orizzontale e verticale che sostanzialmente può essere definito come sintesi del mondo naturale. L’elaborazione della realtà che il sistema cerebrale compie è sostanzialmente schematica. Una serie di punti equidistanti tra loro vengono percepiti come colonne verticali o orizzontali.

La soluzione è quella che conduce alla semplificazione visiva della figura osservata. Si tratta di forme indotte che il cervello sostanzialmente completa a nostra insaputa. 

Le linee verticali e quelle orizzontali corrispondono a questo grado di massima sintesi all’interno della quale è compresa la risultante obliqua. Ciò che è verticale viene percepito come stabile, resistente e strutturale. Ovviamente subisce la forza di gravità che ancora a terra l’idea di peso visivo. La naturale corrispondenza della verticalità è il nero o comunque un colore che abbia sostanza materica e carattere tonale.

L’orizzontale è ciò che si distacca dal piano, la sua è quindi forza di lievitazione che si oppone al peso visivo. Se l’albero viene percepito come forma vincente che va incontro al cielo questo non dipende dalla verticalità del tronco ma dalla orizzontalità e dalla obliquità di rami e foglie. Ciò che è verticale di fatto si pianta a terra e subisce la forza di gravità, mentre l’orizzontale, proprio perché incarna il concetto di lievitazione viene percepita come ritmo ascensionale. La prova tangibile è nelle cancellate che dovendo offrire la massima idea di protezione vengono concepite verticalmente. Va detto che la stessa quantità di ferro posta orizzontalmente suggerirebbe maggiore leggerezza.

Quella che emerge è una contrapposizione di forze dalla quale deriva il concetto concavo - convesso dato dal peso visivo del nero e dalla forza cosmogonica del bianco. Torna in qualche modo la complementarietà che coinvolge un’altra legge della percezione visiva che è quella di irradiazione. Se le persone di corporatura robusta evitano accuratamente colori chiari preferendo il nero è perché la legge di irradiazione giunge alla coscienza dell’individuo in modo diretto non necessariamente mediata dalle teorie.

 

Come un colore ha senso compiuto soltanto in relazione ad altri colori, la stessa cosa può essere detta per la forma che assume validità in rapporto allo spazio. La sensazione di espansione che un cubo bianco suggerisce è maggiore rispetto a quella di gravità visiva provocata dal solido nero. Le leggi che agiscono quindi automaticamente sulla struttura sono quella di gravità e di irradiazione della luce.

Ciò che è scuro viene associato all’ implosione e al peso mentre l’elemento chiaro corrisponde alla leggerezza e all’irradiazione. Gli oggetti che circondano la nostra esistenza oltre che avere un peso fisico ne hanno anche uno visivo. Una sfera gialla e una blu, anche quando pesano nella stessa maniera indicano collocazioni spaziali diverse perché soggette alle leggi di percezione visiva.

Nel libro Architettura integrata, Walter Gropius, direttore della Bauhaus, ha fornito un’ampia gamma di esempi su come l’orizzontale contribuisca a un maggiore effetto di altezza della struttura. D’altra parte la storia dell’arte non è stata avara di esempi. È la riprova di quanto gli artisti e gli architetti del passato conoscessero le leggi percettive che regolano il rapporto tra spazio e forma. La lievitazione si manifesta tramite bande orizzontali che hanno caratteristiche ascensionali rispetto alle verticalità delle colonne. A rafforzare questa tesi ci giunge in soccorso il fatto che la nostra esistenza si svolge prevalentemente in piedi. Ci è più facile misurare una altezza rispetto a una lunghezza. Sarà sufficiente provare a misurare con gli occhi un’asta di 3 metri messa a terra, per poi addossarla alla parete in un secondo momento. La misurazione verticale risulterà di gran lunga più agevole di quella orizzontale. 

Il sistema cerebrale è organizzato secondo una logica valutativa della realtà che va dal centro alla periferia, dal semplice al complesso. Chiaro scuro, concetti elementari, colori puri e forme geometriche definite rappresentano la primaria forma di contatto tra l’individuo e le esperienze visive. Dovendo collocare nello spazio aereo in modo armonico volumi di diverso colore, la tendenza naturale sarà quella di rispettare il peso visivo delle strutture.

La mediazione tra concetti polari che coinvolge le opposizioni passa attraverso la definizione di equilibrio che è il punto di contatto tra un concetto e l’altro. Come il grigio rappresenta la mediazione cromatica tra colori complementari, la linea obliqua è la risultante tra verticale e orizzontale. L’obliquità giunge in ritardo alla coscienza dell’individuo rispetto all’orizzontale e alla verticale perché la sua complessità interpretativa è maggiore.

Questa mediazione che si inserisce tra le opposizioni polari bello e brutto, alto e basso, verticale e orizzontale è l’equilibrio che si manifesta quando due forze di segno opposto si bilanciano cedendo energia l’una all’altra. Ai fini creativi o interpretativi è importante avere coscienza di quanto una funzione non possa fare a meno dell’altra. 

 

La tendenza umana è quella suggerita dalla simmetria che concorre all’unità del nostro corpo dove la complementarietà confluisce nell’azione diretta. Di questa tendenza che porta l’uomo a produrre costantemente forme di equilibrio non ne abbiamo sempre consapevolezza. D’altra parte che la somma tra il verde e il rosso dia come risultato il grigio non giunge alla coscienza di tutti.

L’elaborazione della realtà passa attraverso le consuetudini che sembrano poter fare a meno dell’analisi cosciente di fatti che ci riguardano ma che, anche se non compresi, modificano di poco la nostra esistenza. Che si possa vivere serenamente anche senza sapere perché il cielo è azzurro è un dato di fatto, ma quello che non può essere taciuto è quanto il funzionamento percettivo del mondo, degli altri e di noi stessi ci resti per buona parte sconosciuto. Oltre allo spettacolo della natura c’è un dietro le quinte delle cose che genera processi dei quali siamo protagonisti e spettatori. Non soffermarsi a voler capire cosa realmente succede quando messi di fronte a un quadro diciamo “mi piace”, può voler significare accettare di essere stranieri di noi stessi.

Non si tratta di avvicinare processi estranei al modo di rapportarci con il mondo, è semplicemente conoscere il funzionamento di una macchina percettiva che è lo specchio della nostra esistenza. I condizionamenti che riceviamo da un oggetto, da un paesaggio, da un vestito o da un quadro hanno spiegazioni scientifiche assolutamente avvicinabili, e proprio per questo dovrebbero far parte del patrimonio conoscitivo di tutti. Non è poi così vero che non modificherebbero il nostro modo di leggere la realtà, visto che quello che finisce dentro i nostri occhi viene elaborato dal cervello il quale interagisce con i diversi livelli di conoscenza. 

 

Durante il corso di una giornata vediamo migliaia di immagini e sentiamo una infinità di rumori e suoni che vanno a comporre l’esperienza visiva e uditiva. Le immagini viste spalancando gli occhi e i suoni uditi per il semplice fatto di non avere i tappi nelle orecchie non implicano una partecipazione attiva perché quanto giunge al sistema cerebrale non è guidato da alcuna volontà e quindi non può essere considerato una scelta. Le cose cambiano quando volutamente dirigiamo lo sguardo verso un oggetto per guardarlo o quando ascoltiamo per comprendere quello che ci viene detto.

Ne viene fuori una differenza abissale tra vedere e guardare, così come tra sentire e ascoltare. Qualunque forma di partecipazione attiva implica una volontà consapevole che giunge al sistema cerebrale come coscienza. Le immagini guardate sono decisamente poche rispetto a quelle viste. Se vedere è vivere passivamente, guardare è conoscere attivamente. Questo ragionamento sull’attività cerebrale rimanda a una infinità di esempi, molti dei quali si possono provare sperimentalmente in qualsiasi momento. Uno di questi però va in qualche modo spiegato perché ne può chiarire tanti altri. 

 

Psicologia del colore

Stabilito che il colore non è quella cosa qualunque con la quale dipingere una stanza, resta da comprendere quali siano le conseguenze psicologiche delle onde elettromagnetiche che percepiamo sotto forma di sensazione cromatica.

Il colore come linguaggio ha accompagnando il cammino dell’uomo fin dalle origini. La classificazione che fa corrispondere il colore a una intenzione è giunta in soccorso all’uomo con la necessaria gradualità, rispettando il primo assunto della percezione visiva che indica nella legge di semplicità il cardine di qualsiasi forma i contatto. I chiari e gli scuri hanno definito da subito le regioni sensibili all’interno delle quali distinguere il bene dal male.

Quando è comparso il primo colore si è trattato del rosso perché la sua ambivalenza, che lo fa appartenere sia alla morte che alla vita, è stata riconosciuta come opposizione simbolica. 

In virtù degli studi sulle reazioni fotoniche è stato possibile scoprire che la regione del rosso è la prima a essere riconosciuta dal sistema cerebrale ed è anche quella che offre una maggiore stabilità cromatica. Tradotto in qualcosa che somigli di più alle esperienze dirette del quotidiano, significa che il rosso è il primo colore che possiamo riconoscere con certezza e quello che rimane più a lungo impresso nel cervello.

Se i segnali di pericolo li ritroviamo dipinti con questo pigmento la ragione è semplicemente questa.

Le numerose indagini sul cromatismo che si sono susseguite nel corso del tempo hanno riguardato l’analisi psicologica del colore e dato vita a teorie decisamente fantasiose perché prive di fondamento scientifico.

I significati da attribuire al colore sono intimamente legati ai processi generati dalla interazione tra elemento luce, occhio e cervello.

L’esperienza cromatica può essere indagata da tre punti di vista: ottico sensibile (impressivo), psichico (espressivo), simbolico (strutturale).

Il punto di vista ottico sensibile riguarda ciò che giungendo da una fonte esterna si imprime nella retina. Il tipo di partecipazione cromatica in questo caso non può che essere passiva perché l’esperienza dipende esclusivamente dallo spalancare gli occhi. Ciò che può essere definito colore psichico va riferito alle associazioni cromatiche che fanno riconoscere in un colore l’elemento evocativo generato da una particolare condizione interiore.

Questo capita quando attribuiamo al blu la sfera intima del pensiero e al rosso forza materica dell’azione diretta. Il punto di vista strutturale o simbolico riguarda gli aspetti comunicativi del colore da mettere in relazione a una comunità. Succede quando una determinata tinta è riconosciuta nel suo significato grammaticale e sociale. Dire per esempio blu notte o rosso Ferrari.

 

Pensiero e azione sono opposizioni messe in contatto tra di loro dalla complementarietà che agisce sulle due funzioni producendo equilibrio. 

I contrasti cromatici costituiscono l’essenza linguistica del colore e anche quando la loro presenza è multipla sono facilmente riconoscibili. Se ciò che in termini coloristici vediamo è evidenziato dai contrasti soltanto in un secondo momento è perché il cervello elabora per prima la sensazione complessiva del pattern visuale e solo in una seconda fase le opposizioni cromatiche che determinano l’esperienza percettiva.

In relazione alla legge di semplicità il cervello riconosce per primi gli accordi armonici. Quelli disarmonici richiedono una elaborazione più complessa e investono l’ambito del soggettivismo. Il senso di gradevolezza prodotto da determinati accostamenti cromatici è il risultato di combinazioni che generano equilibrio visivo.  

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