La dislessia vista da dentro

Conferenza unica sulle difficoltà dell'apprendimento - contributo di un autore dislessico - Metodologie comparate -  Linguistica come contributo

La prima cosa che capita a un dislessico è trovarsi di fronte a un problema. E’ bene ricordare che soltanto in tempi recenti questo problema ha avuto un nome. In passato chi era dislessico non sapeva di esserlo e la scuola non era preparata a confrontarsi con questo disturbo che veniva confuso con svogliatezza, indifferenza o rifiuto di tutto ciò che era conoscenza e sapere. Non di rado la dislessia portava a credere che si trattasse di un problema della vista.

Ricordo perfettamente di essere stato accompagnato dall’oculista quando frequentavo la terza elementare, con il pessimo risultato di sentirmi dire dal medico che ci vedevo benissimo e che ero soltanto un somaro. Diciamo che ai tempi in cui ho frequentato la scuola elementare non ci si andava tanto per il sottile, Il mondo era bianco o nero, le sfumature non erano contemplate. 

La dislessia offre due chiavi di lettura: la prima è quella che giunge dall’esterno e che copre l’ampio panorama della ricerca che fa capo alla psicologia, l’altra chiave di lettura è quella che possono fare i dislessici consapevoli attraverso la loro testimonianza. Visione impressionistica e matrice espressionistica della dislessia che possono non coincidere del tutto. D’altra parte in teoria della percezione si dice che è il punto di vista che crea l’oggetto. In quanto autore dislessico posso parlare della mia personale esperienza vissuta in ambito scolastico da allievo prima e da docente poi e sperare che possa tornare utile.  Da allievo ho vissuto il patimento che è toccato ai bambini dislessici che hanno varcato i cancelli delle scuole elementari attorno agli anni “60 -70, da docente di Teoria della percezione e Psicologia della forma invece rifletto su quello che è capitato a me e a quelli come me in quegli anni. Alla fine mi ritrovo di fronte un passato e un presente da ricongiungere attraverso questo disturbo che in quanto persona che ha a che fare quotidianamente con le parole me lo ritrovo davanti. Vero è che se non leggevo e non scrivevo, oggi pubblico libri e mi tocca studiare cose per metterle, una volta tradotte nel mio linguaggio, sopra dei fogli che poi finiscono dentro una copertina. 

Quello che il lettore non può immaginare leggendo le mie parole sono le volte che queste stesse parole vengono scritte, perché come capita spesso giungono sullo schermo del pc al contrario o sono digitate due volte. Alcune non le riconosco e quindi devo leggerle per capire la differenza che passa tra la frase che ho pensato e quella che ho composto. Poi succede che aggiusto tutto, e quello che finisce sopra la pagina è il mio linguaggio. Non si tratta di errori, sono spostamenti concettuali e inversioni che necessitano di interventi supplementari. Insomma non potrei scrivere di getto perché la frase potrebbe risultare questa:

“ Insonna onn potrei iscivere di geto” che poi è esattamente come l’avevo scritta prima di correggerla.

La dislessia è un dispetto della mente. Un dispetto perché è qualcuno o qualcosa che ti nasconde le parole, le rovescia, le appiccica, le ingrandisce alcune e ne rimpicciolisce altre. È sicuramente uno scuotere la testa, perché spesso è un ricominciare con fatica. Ma come capita per i dispetti, la risposta migliore è saper stare al gioco. Si impara che esistono luoghi segreti dell’intelletto che ti mostrano una realtà che subito dopo appare diversa.

Lo definirei un allargamento della coscienza che ti permette di essere protagonista e spettatore di te stesso. Questo dispetto della mente dura una vita e non un giorno, quindi la cosa da fare è imparare a conviverci ed anche giocarsi a proprio vantaggio il dispetto stesso.

La frase per un dislessico più che essere letta è interpretata. Questo vuol dire assumere attorialità nei confronti della frase che corrisponde alla capacità di memorizzarne il senso per poi tradurla nella propria personale espressione.

Il problema quindi è di ordine grammaticale perché ciò che è scritto e che dovrebbe corrispondere alla funzione comunicativa del primo livello linguistico subisce variazioni durante la lettura. L’oggettività del primo livello, perdendo stabilità condiziona il secondo (che corrisponde a quello semantico), sul quale si trasferisce l’interpretazione  resa stabile dal livello pragmatico.  Alla fine si arriva dove giungono gli altri ma percorrendo una strada diversa, sicuramente più accidentata ma ricca di novità, perché appunto l’avere a che fare con parole che non sempre si comprendono obbliga a comprenderle con l’aiuto di quelle che vengono prima o dopo. 

L’attorialità è strettamente connessa alla dislessia perché è appunto interpretazione del testo e traduzione semantica del modo con il quale il testo grammaticale viene presentato verbalmente. Va da sé che quello che il dislessico si trovi davanti corrisponde a una difficoltà di lettura che in ogni modo può diventare opportunità espressiva se l’ostacolo viene affrontato. Non è facile inizialmente avere consapevolezza che qualcosa non stia funzionando come dovrebbe, almeno fino a quando non si attiva il paragone tra le proprie difficoltà e quelle degli altri. Questa è la fase in cui l’ostacolo va considerato. Il comportamento successivo, che nel peggiore dei casi porta alla rinuncia, è dato dalla soggettività che può essere aiutata o stimolata con interventi esterni che devono tener conto del principio di armonia. Qualsiasi comportamento scomposto o impositivo può solo che ingigantire l’ostacolo che il dislessico si trova davanti.

Nel video "Dislessia come compagna di viaggio" è narrata la difficoltà di lettura di un adoscente dislessico che si trova di fronte un libro di narrativa

La seconda parte del video è invece il dietro le quinte del percorso fatto dall'adolescente dislessico che dopo essere stato consigliato di rivolgersi alle attività manuali, trova invece la forza per affrontare un percorso complicato da intraprendere con forza e determinazione.

E' la seconda parte degli anni Settanta, è soprattutto un'epoca fatta di profonde divisioni e la scuola non ne è immune. Scuola di serie A e scuola di serie B

La narrazione del video è una estrema sintesi del libro "Attimi di vento a favore" che pur essendo un romanzo a sfondo autobiografico offre spunti di riflessione sul tema. Si tratta della storia di un ragazzo dislessico che per sentirsi uguale agli altri compera in una bancarella un libro da portare a spasso. Quello che il ragazzo non poteva sapere era che quel libro era uno dei libri di testo della materia che avrebbe insegnato un giorno.

Grazie alla complicità di una ragazze del liceo e a un insegnate prete, inizia per il protagonista una nuova vita non priva di ostacoli ma certamente esaltante nei contenuti. Del libro ne viene presentato un estratto a seguire. 

"Attimi di vento a favore"

Il libro di cui ne viene presentato un capito integrale è disponibile nelle due tradizionali versioni di Itinerart-Cultura: versione economica e di pregio. La versione economica di 144 pagine è in brossura. Prezzo € 10,00

La versione lusso è cucita e allestita interamente a mano.  Prezzo 20,00

Frequentavo la scuola media, non avevo ruoli importanti da sostenere, non ero capoclasse e i voti in pagella non mi obbligavano a una condotta di rispetto nei confronti dei libri e degli insegnanti che avevo.

L'unica cosa nella quale mettevo molto impegno era appiccicare con cura le maglie dei giocatori di calcio, ritagliate dalle figurine, sopra i volti dei personaggi di storia.

Avevo il mio disagio da infilare dentro la cartella ogni mattina insieme alla colazione preparata dalla mamma che mi ricordava gli odori della cucina. La voglia era sempre quella di tornare a casa ma prima c’era quella metà della giornata da passare in quell’inutile banco che insieme ai miei gomiti accoglieva l’alternanza dei libri che avevano tutti una gran quantità di parole da leggere e da ricordare. Non lo sapevo quanta fatica facessero gli altri ma io proprio non riuscivo a sopportare il libro sotto gli occhi, anche perché poteva succedere che l’insegnante mi chiedesse di leggere ad alta voce e questo era il mio incubo peggiore.

C’era stata una visita oculistica e le domande fatte a mia madre sul perché fossi stato bocciato in quarta elementare non avevano trovato risposte. In qualche modo tutti gli adulti che avevo intorno concordavano nel dire che almeno avrei dovuto terminare la scuola media e poi magari cercare altre strade che non prevedessero incontri ravvicinati con le parole.

Ricordavo di aver fatto i compiti qualche volta ma nel peggiore dei modi, inventandomi i numeri delle operazioni e copiando le parole dal libro. Nessun insegnante sapeva quale distanza ci fosse tra me e quell’aula dove regnava sovrana la parola. Se lo avessero saputo non mi avrebbero costretto a leggere ad alta voce, e invece ogni volta che a lezione di narrativa finiva nel sorteggio la fila di mezzo il mio nome seguiva quello del mio compagno di banco. Leggevo male, anzi non sapevo leggere proprio. Le parole erano montagne difficili da scalare. Mi arrampicavo sulle vocali ma le consonanti scivolavano e si ribaltavano. Rileggevo una, due tre volte la stessa parola ma non c’era tempo per provare a comprenderne il significato perché l’insegnante seduta dietro la cattedra dettava il ritmo della lettura battendo la matita.

Ma come faceva Giuseppina ad alzare la mano quando c’era da leggere qualcosa? Invidia, sconforto e quei tanti “vaffanculo” che mi tenevo dentro che avrei voluto urlare al mondo.

Con questo bagaglio d'indifferenza misto a una buona dose di rabbia, certificato da un libretto scolastico che non lasciava scampo a fughe improbabili verso la cultura, mi iscrissi alla scuola superiore seguendo le prescrizioni che i miei insegnanti avevano annotato nell'ultima pagina di quel libretto grigio dove c’era scritto:

“L’alunno scrive male e si esprime peggio, si consigliano attività manuali o al massimo scuole di addestramento professionale”. Proprio perché sembra brutto indurre un ragazzo alla manovalanza, mi avevano lasciato scelta: potevo diventare un elettricista o un meccanico tornitore. Volendo vedere per forza il mio futuro dal lato buono, avevo insistito perché anche a me fosse data la possibilità di prendere il pullman per andare a scuola. Avrei viaggiato con i miei amici e magari chissà, a Viterbo, ne avrei trovati di nuovi.

La scuola aveva prodotto in me una tale indifferenza nei confronti del sapere da sentirmi a posto comunque. Insieme a qualche altro ragazzo mi ero convinto che frequentare le lezioni era semplicemente il prezzo che dovevo pagare per vedere gli amici al bar sotto le mura.

Mi confortava sapere di non essere l'unico a pensarla in questo modo. La mia nuova scuola somigliava a una specie di labirinto. Le finestre della mia classe si affacciavano tutte su una strada molto trafficata, specie di mattina. I rumori delle auto, le voci dei passanti e le urla dei bambini della vicina scuola elementare si mescolavano alle parole degli insegnanti, rendendo incomprensibili le lezioni, specie a quelli degli ultimi banchi. Inutile dire che i posti più ambiti erano proprio quelli. 

Di bravi in classe ce n'erano un paio che guardavo con diffidenza. Avevano preso la scuola così seriamente da trascrivere gli appunti anche a ricreazione. Per quelli come me, convinti che l'algebra fosse una malattia della pelle, le lezioni erano semplicemente il pretesto per non andare a bottega dal fabbro o dal falegname. Dal fondo della classifica maturata in tre anni di scuola dell'obbligo, nel giro di qualche settimana, avevo risalito delle posizioni. Con grande stupore mi accorsi di non essere tra i peggiori. C'era chi, convinto che fosse meglio abbondare, metteva l'apostrofo a caso.

Mi resi conto di essere finito nell'inferno studentesco quando a lezione di elettrotecnica vidi scritto alla lavagna “l'aradio”, elle, apostrofo, “aradio”. Inutile aggiungere che la scuola, più che un luogo di apprendimento, stava diventando un rifugio per quando pioveva. Più o meno eravamo una dozzina quelli che a turno facevamo girare le palle ai professori e al flipper nuovo di zecca del bar Selvaggini.

Sebbene mi atteggiassi a capo branco, marinare la scuola metteva a nudo gli inevitabili sensi di colpa con i quali mi ritrovavo a fare i conti una volta tornato a casa, soprattutto quando mi sentivo chiedere come era andata la mattinata.

Convinto che la mia fosse una malattia da guarire, incominciai a fare “sega” più spesso. Marinare la scuola era un'arte che potevo imparare soltanto praticandola, anche se, tutte le mattine, guardavo con rimorso le cinquecento lire del digiuno che sarebbero servite per finanziare un paio di partite a flipper, le sigarette e poco altro. La mia apparente disinvoltura era in realtà una maschera che indossavo appena sveglio per nascondere i solchi profondi del mio disagio. La camicia a quadri che portavo sopra il maglione rosso era l'armatura, i capelli spettinati e quei quattro peli sul mento, che chiamavo barba, costituivano il mio rifugio sicuro. 

Al bar si ascoltava musica. Nell'ultima sala c'erano i tavoli dove ogni tanto qualcuno ci apriva sopra i libri che avrebbero dovuto essere da un'altra parte. Il bar Selvaggini sembrava un luogo fatto apposta per quelli che alle dieci del mattino non dovevano essere visti da qualcuno. Le ragazze che marinavano la scuola sostavano sempre davanti al juke box in attesa che qualcuno ci infilasse dentro qualche moneta. Gli argomenti erano sempre gli stessi. Le ragazze, noiose quanto noi, aprivano i quaderni solo per disegnarci sopra labbra di velluto e cuori infranti. L'amicizia con le donzelle del gruppo viaggiava sulla scia di fumo delle sigarette. Eravamo scontrosi, volgari e leggeri quasi per dovere.

Nell'ultima sala del bar non c'erano futuri principi e le improbabili principesse, che si nascondevano dietro folti fasci di capelli, appena aprivano la bocca facevano cadere le braccia. Peccatori nello stesso modo, frequentavamo con disinvoltura il girone dei dannati. Predestinati a una vita mediocre, avevamo scelto di non essere della partita. Lo sapevamo più o meno tutti che il gioco non sarebbe durato. Quelli che godevano dell'ubriacatura “segaiola” riuscivano almeno a divertirsi sfruttando le occasioni che si presentavano al momento, io invece pativo l'imbecillità della mia condizione dalla quale riuscivo a sottrarmi soltanto in qualche rara occasione. 

Non c'era giorno che non mi domandassi se il mio comportamento poteva essere giustificato da un qualche motivo. Una specie di vendetta nei confronti della scuola? Forse. Ma poteva anche essere il contrario: incapacità di relazionarmi con il mio disagio esistenziale.

Il tempo passava e la scuola si allontanava sempre più dai miei pensieri. Gli insegnanti sapevano perfettamente che gli assenti cronici non giacevano in un letto d'ospedale. A loro serviva soltanto la giustificazione, ovviamente con la firma falsa, che lasciavamo in segreteria quando ci degnavamo di varcare il portone. Il bar Selvaggini era un luogo frequentato da studenti che occasionalmente avevano problemi con i compiti in classe e le interrogazioni. Il proprietario, un omone tranquillo che dispensava simpatia, non ci risparmiava la ramanzina quando per prendere le bottiglie dal magazzino attraversava la sala. La sua era una presenza bonaria e famigliare alla quale ci eravamo abituati. Per farlo contento, e soprattutto per non sopportare i soliti rimproveri sulle assenze, qualche volta facevamo finta di studiare.

I soldi non sempre bastavano per arrivare alla fine della mattinata. In tre decidemmo di provare a finanziare la nostra sciagurata avventura al circolo del biliardo. La decisione fu presa sulla porta del bar una mattina piovosa di novembre.

Il trasferimento al circolo, che distava dal bar un centinaio di metri, avvenne poco dopo sotto un unico ombrello. L'atmosfera cambiò di colpo. In quella sala zeppa di fumo c'erano sei biliardi in fila ed altrettanti tavoli verdi. Nel giro di una manciata di minuti avevamo fatto il salto di qualità che avrebbe fatto rabbrividire qualsiasi genitore. Mi sembrò strano che alle nove del mattino tanta gente potesse permettersi il lusso di giocare a carte invece di lavorare. Quei volti corrosi dal vizio li avevo già visti in un film. Ebbi paura più della puzza dell’alcool che della loro maestria nel gioco. Quella mattina io ed il mio amico Carlo perdemmo a “stecca” i soldi messi da parte e quelli che ci aveva prestato Ezio. E... Se avessimo vinto quella partita? 

Tornare a scuola era difficile almeno quanto vincere a carte contro quelli del circolo. I foglietti delle giustificazioni stavano finendo e il rischio che il Preside convocasse i genitori degli assenti cronici, più che un’ipotesi, stava diventando una certezza. Il rimpatrio avvenne ai primi di dicembre. Ci accolse il nuovo professore di italiano. Tutto secondo copione: le pecorelle tornavano all'ovile e ad aspettarle sulla porta c'era un prete. Fu un’esperienza nuova e in qualche modo imprevista assistere alla sua prima lezione. Il professore non aprì mai il libro e alla fine non dette i compiti che solitamente davano gli altri.

Come per miracolo, quel giorno, gli assenti erano soltanto tre. Il professor Cionco appoggiato alla scrivania raccontava con dovizia di dettagli le vicende personali dei grandi poeti, tanto da farceli sembrare presenti e vivi. Parlava, gesticolava e sorrideva. L'ironia con la quale tratteggiava i profili dei personaggi era bella da ascoltare. Provai uno strano senso di serenità quando il professore, guardando il registro, disse che anche gli assenti cronici avrebbero potuto recuperare. Mi sentii in qualche modo riabilitato alla vita. Se non volevo ripetere l'anno o abbandonare la scuola, dovevo iniziare a studiare, ma considerate le mie difficoltà di lettura, era necessario soprattutto trovare il modo.  

Gli appunti che prendevo, a volte scritti con la mano sinistra e altre volte con la destra, erano incomprensibili anche per me. I compiti in classe costituivano il problema così come le interrogazioni, ma dovevo trovare la soluzione per superare gli ostacoli magari passandoci sotto o inventandomi qualcosa che non fosse andarci a sbattere contro. La mia riabilitazione totale era da immaginare come una partita da vincere contro la parola e anche con i numeri che cambiavano insieme ai segni delle espressioni.

Se il professor Cionco aveva dispensato fiducia, i problemi con gli altri insegnanti erano ancora tanti. La capacità del professore di italiano a comprendere situazioni difficili dipendeva sicuramente anche dal fatto che fosse un prete, ma agli altri importava poco della buona volontà nei confronti dei ritardi da colmare. A loro bisognava consegnare i fogli dei compiti sopra i quali avrebbero messo gli inevitabili voti da trascrivere sul registro senza alcuna altra forma di mediazione. 

Colpa del professor Cionco se stavo cambiando idea nei confronti della scuola. Si, colpa e non merito, perché tutto stava diventando più complicato. Avevo litigato con i miei amici, provato rimorso per i libri che mi ero venduto e messo fine alla frequentazione del bar Selvaggini. Ironia della sorte, i libri che non avevo più stavano al mio lato destro perché li avevo venduti a Famiano: il mio compagno di banco. Quando una mattina a ricreazione dissi al professore che l'antologia l'avevo persa alla fermata del pullman, mi resi conto di aver mentito a un prete ed era la prima volta che lo facevo.

Immaginando le mie inutili spiegazioni fece risplendere dalle labbra il suo solito sorriso dicendomi che la biografia di Leopardi, come quella di qualsiasi altro poeta, non era patrimonio di un solo editore e quindi sarebbe stato sufficiente andare in biblioteca e leggerla lì. Evidentemente il professore sapeva chi ero più di quanto lo sapessi io. Non avevo mai studiato. Provare a leggere un libro a casa o in biblioteca poteva fare la differenza che c’è tra vedere una partita al bar o a casa di un amico. Restava il fatto che a casa i libri nono c’erano proprio. Il mio professore non mi aveva mai ascoltato leggere e magari tante cose non le sapeva o forse faceva semplicemente finta di non saperle. Quello che lui stava cercando di fare era provare a far cambiare di segno la mia rassegnazione.  Dai temi non poteva non essersi accorto che alcune parole erano scritte al contrario e che le sillabe non sempre corrispondevano alle frasi. Ci avevo fatto caso io copiando in bella copia i compiti e, per quanto potessi metterci attenzione, molto altro di sicuro mi sfuggiva.

Il problema che si era trascinato fin sopra il banco dell’Ipsia era lo stesso che aveva tormentato la mia presenza alla scuola media. Di diverso c’era questo signore che vestiva pantaloni scuri e un maglione grigio pronto ad aiutarmi appena alzavo il dito. Non leggevo mai in presenza di qualcuno e anche quando mi veniva chiesto che ora fosse nascondevo l’orologio sotto il polsino o tagliavo corto dicendo che era fermo dalla sera prima. Di quanto fosse in salita la mia nuova strada ne parlavo qualche volta con lui a ricreazione non senza provare sconforto nei confronti del mio problema. Il professore ironizzando diceva che se volevo corteggiare le ragazze del liceo dovevo essere bravo in italiano. Quando rispondevo che mi sarei accontentato di quelle del bar Selvaggini, replicava che le più carine del classico e dello scientifico le avrei trovate dalle quindici alle diciannove in biblioteca.

Stavano finendo gli anni Settanta. Gli scioperi erano all'ordine del giorno e le strade accoglievano manifestazioni di ogni tipo. L'impegno politico di allora divideva sostanzialmente il mondo studentesco in tre grandi tronconi. Da una parte c’erano quelli che volevano cambiare il mondo, dall’altra quelli preoccupati a far lievitare i voti in pagella e nel mezzo “gli ignavi” che, mirando al minimo sindacale, facevano altro come ascoltare musica o giocare a pallone al capo sportivo. Fare politica in quegli anni non era soltanto riconoscersi in una bandiera, era soprattutto fare gruppo, stare insieme, coltivare con altri ragazzi ambizioni e speranze da proiettare su scenari tutti molto più grandi del quotidiano ma che appunto per questo creavano facili suggestioni. Di negozi che vendevano dischi e libri ce n'erano tanti. Più o meno una volta al mese nascevano nuove riviste e quotidiani.

Incominciai a frequentare timidamente la biblioteca più per incontrare le ragazze nell’atrio che per un vero bisogno di cultura. Benché il tempo lo passassi più a fumare sulle scale che dentro la sala di lettura, un qualche contatto coni libri iniziavo ad avercelo. Non potevo dare torto al professor Cionco, in effetti la biblioteca era frequentata da molte ragazze che facevano la spola tra i tavoli di lettura e la fotocopiatrice. Non si era materializzato un vero e proprio salto di qualità. Avevo semplicemente cambiato il luogo delle mie frequentazioni ma incominciavo a sentirmi migliore di quello che ero, soprattutto erano scomparsi i sensi di colpa che mi avevano accompagnato durante la mia permanenza al bar Selvaggini.

Una ragazza delle magistrali di nome Marta, conosciuta davanti alla porta dell'archivio, mi aveva convinto a prendere parte alle riunioni di una associazione culturale che lei frequentava da tempo. Probabilmente varcai la soglia del circolo in via della Molinella più per rivedere i suoi occhi verdi che per un vero interesse nei confronti di un mondo che aveva ancora troppe barriere davanti per essere avvicinato. Dalle due stanze comunicanti avevo percepito che lì dentro si facessero tante cose perché le pareti erano tappezzate di manifesti e dentro gli scaffali c’erano parecchi libri. Mi ritrovai catapultato dentro una realtà fatta di volantini da ciclostilare e di libri da catalogare.

Quel giorno Marta mi mostrò i disegni che aveva realizzato per la copertina del giornalino che l’associazione faceva uscire periodicamente e che aveva come intestazione il nome della via del circolo “La Molinella”. I discorsi che ascoltavo in quella sala avevano come denominatore comune la volontà di cambiare la scuola e con essa il mondo. Io, a dire il vero, mi sarei accontentato di molto meno perché più che cambiare il mondo volevo cambiare me stesso. Le strade che si aprivano davanti a me per fare nuove esperienze sembravano tutte buone, meglio ovviamente se popolate da ragazze carine. Lo scenario delle mie amicizie cominciò a cambiare poco alla volta.

Uscito dal gruppo dei “segaioli cronici”, ormai solo, mi ritrovavo a vagare senza una meta precisa. Spesso mi sorprendevo a pensare a cosa mi sarebbe piaciuto fare. Di sicuro non sarei diventato un elettricista, visto che la passione per i circuiti elettrici proprio non c’era. Il futuro, più che cercarlo, aspettavo che in qualche modo mi venisse addosso. 

Federica era una ragazza che frequentava il liceo classico. In comune avevamo soltanto la preferenza per i posti di mezzo sul pullman che prendevamo per andare a scuola. È possibile che per lei fossi uno dei tanti illusi di quelli che vogliono cambiare il mondo. Federica per me era semplicemente una bella ragazza borghese perfettamente in linea con i libri che teneva sotto il braccio e con la sua bella campana di vetro. Sapevamo entrambi che i nostri mondi non avrebbero mai comunicato, appunto per questo ci ignoravamo a vicenda.

Le vacanze di Natale, appena trascorse, avevano fatto trovare sull'uscio delle festività la befana con in mano il gettone per l'ultimo giro dentro il quieto far nulla. Il mesto ritorno a scuola aveva accentuato le divisioni tra quelli che avevano fatto i compiti e gli altri che sentivano avvicinarsi il patibolo delle interrogazioni. Quella mattina del sette gennaio potevo essere collocato tranquillamente nel girone degli ignavi: senza infamia e senza lode.

Il ritorno tra i banchi non stava vestendo le tinte fosche della tragedia. Certo, non avevo studiato fino allo sfinimento, però la pace con i libri mi era sembrata possibile. Il pullman, pieno di facce non propriamente allegre, si stava incamminando speditamente verso la salita. Babbo Natale non aveva esagerato con doni da sussulto e la befana si era semplicemente limitata a mettere la parola fine ai giorni di festa. Nulla lasciava presagire alla sorpresa che il cielo stava preparando per quelli che sarebbero rimasti volentieri a casa. Prima i finestrini bagnati dal nevischio e subito dopo neve fitta. Nonostante un bagliore di felicità stesse illuminando il mio sguardo, fingevo di non credere a quello che stavo vedendo. Nel giro di qualche istante il manto bianco aveva coperto la campagna rendendo impraticabile la strada.

L'entusiasmo per il lieto evento stava raggiungendo livelli da stadio. Di preoccupante c'era soltanto la marcia spedita del pullman verso la salita. “Gufare” contro l'autobus stava diventando una necessità collettiva. Un urlo festante si levò quando, alla penultima curva prima della discesa, il pullman finì di traverso sulla carreggiata. La danza propiziatoria degli studenti aveva raggiunto lo scopo. L'aria sconsolata dell'autista faceva da naturale contrappeso alla felicità dei ragazzi che non vedevano l'ora di scendere per incamminarsi a piedi verso casa.

A differenza dei miei compagni, che si erano affrettati a uscire dal mezzo, io ero rimasto al mio posto e guardavo dal finestrino la neve scendere con poetica partecipazione. Non avevo esultato per il lieto evento alzando le braccia al cielo come avevano fatto gli altri, ma ovviamente ero contento per la bella nevicata. Il solo maglione, che portavo sotto la mia solita camicia a quadri, non sarebbe comunque bastato per proteggermi dal freddo e dalla neve. Incamminarmi a piedi verso casa avrebbe significato arrivare in paese fradicio come un pulcino. Ero rimasto seduto al mio posto sul pullman soltanto per questa ragione e non per altri motivi. Tra quelli che non erano scesi c'era ovviamente Federica che se ne stava con la testa appoggiata al finestrino sfoggiando meravigliose espressioni di disappunto. Sarebbe stato difficile per chiunque non accorgersi delle smorfie che faceva per sottolineare il dispiacere per l’accaduto.

Mi alzai dal sedile per guardare meglio la neve fitta che nel frattempo aveva imbiancato le cortecce degli alberi ai margini della strada. Quando si incrociarono i nostri sguardi uscì dalla mia bocca una domanda che mai avrei pensato di poterle rivolgere: ‹‹È un problema per te la neve?››. 

Senza pensarci più di tanto rispose che aveva compito in classe di Latino e che lo avrebbe voluto fare. Quelle poche parole, dette senza battere ciglio, avevano scavato in un istante tra me e lei un fossato largo e profondo difficile da colmare.  L'unica novità era costituita dall'aver comunicato in qualche modo con il mio nemico di classe.

I miei compagni si erano incamminati a piedi verso casa e nei pressi del pullman non era rimasto nessuno. Federica, dopo aver distolto lo sguardo dal finestrino si rivolse verso me e con tono fermo disse: ‹‹Siamo decisamente pochi quelli che hanno voglia di andare a scuola››. Senza doverci pensare troppo, mi resi conto di essere finito dentro un malinteso grosso come una casa.

Non stavo di sicuro morendo dalla voglia di rivedere i miei professori ma quella che mi si stava presentando era l'occasione per provare a recitare il ruolo di ragazzo impegnato.

Quello che non mi piaceva era subire il fascino del mio nemico di classe. Ad aspettare il pullman di soccorso eravamo rimasti in pochi: una manciata di studenti e i pendolari chi si recavano da Caprarola a Viterbo per lavoro. La sua silenziosa compostezza da prima della classe l'avevo sempre associata a un carattere timido e dimesso ma ovviamente mi ero sbagliato. D'altra parte non l’avevo mai vista parlare con qualcuno. La neve continuava a scendere e il paesaggio, tante volte visto dal finestrino mentre cercavo di ripassare i miei incomprensibili appunti, si era trasformato in una cartolina.

Federica, dopo aver chiuso il libro che teneva aperto sulle ginocchia mi chiese se a parte la scuola mi interessavo d'altro. Nonostante i miei insegnanti avessero speso il loro tempo prezioso per convincermi che i circuiti elettrici sarebbero stati la mia ragione di vita, più di qualche dubbio sul percorso scolastico intrapreso lo avevo sempre avuto. 

La ragazza teneva sul palmo della mano una penna di quelle che non si comprano al supermercato. Più quella penna passava da una mano all’altra più il tempo dell’attesa che stava riservando alla mia risposta si dilatava verso il fine corsa della pazienza. Avrei dovuto dirle la verità ma lei probabilmente si stava aspettando che dicessi altro, perché la mia verità oltre che essere scomoda e disordinata non poteva mostrare appigli di interesse per una qualsiasi discussione.

Dalla mia risposta dipendevano le sorti del dialogo con la ragazza. In quel momento quel dialogo lo stavo desiderando più di ogni altra cosa. Fuori c’era la neve, il pullman era fermo, tra l’altro con poca gente dentro, e io mi trovavo a dover fare i conti con la bellezza del mio nemico di classe che mi ritrovavo di fronte. Fino al giorno prima era stata indifferenza, ma un conto era vedere Federica occupare il suo posto e un altro trovarsi quegli occhi marroni pagliuzzati di verde davanti.

Quel viso per buona parte nascosto dai suoi lunghi capelli castani lo stavo guardando per la prima volta. La lunga pausa che avrei dovuto rompere con una risposta era tutt’altro che silenzio. Occorreva scegliere in tutta fretta la bugia giusta da dire con la consapevolezza che nel corso del discorso ne sarebbero servite altre. Dopo aver infilato la penna dentro il libro disse: ‹‹Allora?››.

Non avevo altra scelta che mentire ma dovevo farlo assolutamente bene. Risposi dicendo che ero socio di un circolo culturale e che tra lo studio e i vari impegni di volontariato mi occupavo di teatro. Tra l’altro giusto in quel periodo stavo scrivendo una commedia. Tanto perché quello che avevo detto mi sembrava poco aggiunsi che dopo la maturità mi sarei iscritto a Sociologia. 

Durante le vacanze di Natale avevo scritto una relazione di Fisica. Buona parte del mio tempo era stato impiegato per riempire una ventina di fogli dattiloscritti sulle emissioni radioattive. Le pagine, più che essere frutto delle mie fatiche, erano il risultato di quello che avevo copiato imparando a cambiare le parole.

Di mio però c'era un discreto lavoro di impaginazione. Mentre stavo mostrando a Federica le immagini della relazione si sfilò da sotto i quaderni un libro che avevo comperato in una bancarella e che portavo a spasso da giorni, senza averne letto una sola riga. Neanche a farlo apposta il libro finì sotto al suo sedile. Lo raccolse con un gesto impercettibile della mano e subito dopo mi invitò a sedermi accanto a lei. Federica si stava facendo di me l'idea che io avrei voluto che si facesse, ma reggere il confronto con un ruolo così impegnativo non era una cosa da poco. Convinta che ci fosse del vero in quello che aveva ascoltato, cominciò a parlarmi dei suoi interessi piuttosto simili ai miei, solo che i suoi erano veri. Mi parlò della sua grande passione per la letteratura dicendomi che probabilmente si sarebbe laureata non in lettere ma in medicina. Stava scrivendo un racconto da far illustrare a una zia pittrice. Citò autori che non conoscevo e ovviamente mi consigliò pubblicazioni che non avrei mai letto.

Quando vide che il libro raccolto da terra era di Rudolf Arnheim, Verso una psicologia dell'arte, comparì sulle sue labbra lo stesso sorriso che io avrei riservato soltanto a una vittoria nel derby e aggiunse: ‹‹Ma io Arnheim lo conosco. Abbiamo letto estratti dei suoi saggi in classe. Pensavo di comperare proprio questo. Promettimi che quando lo avrai terminato di leggere me lo presti!››.

Potevo confessare che la scelta di quel libro era stata del tutto casuale e che non lo avevo neppure aperto? Neanche per sogno. Ovviamente quel libro lo avevo quasi finito di leggere e potevo prestarglielo all'istante. ‹‹Dai! Dici davvero? Grazie! Giuro che non te lo maltratto. Magari quando lo avrò letto ne parliamo, ti va?››.

Non vedevo l'ora di commentare un autore che non avevo letto e di discutere di argomenti che non conoscevo affatto. Mi ero cacciato dentro una situazione difficile da gestire. Sinceramente non sapevo come venirne fuori e per quanto cercassi con la mente una soluzione, quella che mi si presentava davanti era la peggiore. Per poterne parlare, quel libro andava in qualche modo letto.

Ci furono sorrisi, i suoi sinceri, i miei costruiti apposta per non sprofondare dentro il problema. Non eravamo ancora amici ma quella parte di futuro che ci avrebbe visti protagonisti di liti e amorevoli rappacificazioni era nell’aria. Quello che al momento risultava evidente era che stavo subendo il fascino del mio nemico di classe. La neve aveva reso il paesaggio irreale e tinto di bianco qualsiasi cosa. L'autista, risalendo sul pullman, disse a voce alta che stava arrivando l'autobus di soccorso.

I pendolari assiepati vicino al posto di guida che si erano lamentati fino a quel momento per il ritardo, tirarono un sospiro di sollievo. Federica dopo aver guardato l’orologio si rivolse verso di me e con tono fiducioso disse: ‹‹Dai! forse ce la facciamo a entrare per la seconda ora››. Non avevo fatto i compiti di matematica e il libro di misurazioni elettroniche era stato appena sfiorato dalle mie dita. Nelle ultime due ore però avevo lezione di Fisica: l'occasione per presentare al professore la mia ricerca impaginata bene con tanto di copertina. La voglia di andare a scuola proprio non c'era ma probabilmente avevo trovato il modo migliore per farmela venire. 

Arrivato il mezzo di soccorso incominciammo a scendere lentamente. Quei pochi metri fatti per raggiungere l'autobus che si era fermato poco prima della curva erano la mia prima passeggiata con la ragazza che in qualche modo avrebbe contribuito a cambiare la mia vita. Il tragitto dal passo del Cimino fino a Viterbo fu più breve del previsto, anche perché in prossimità del bivio per Canepina quella che era stata neve fitta sulla montagna si era trasformata in pioggia. Giunti alla fermata di porta Romana Federica scese portandosi appresso il libro che le avevo prestato. Avevamo trascorso insieme poco più di un’ora ma la sensazione con la quale mi ritrovato a fare i conti era quella di aver vissuto parte della mia vita. Non era facile dare un nome alla confusione che mi ronzava nella testa. Sapevo che la prima parte della mattinata era terminata, ma cosa sarebbe successo in futuro? L'avrei rivista il giorno seguente e per tanti altri giorni ancora. Di sicuro c'era il problema del libro che le avevo prestato e che non avevo letto. Il giorno che mi avrebbe ridato il libro di cosa avremmo parlato?

Cercai il professor Cionco a ricreazione. Il bidello mi disse che non era passato nemmeno in segreteria e che sicuramente stava facendo lezione nella sede distaccata. Chiesi un permesso di una decina di minuti prima della fine delle lezioni e mi precipitai a piazza Dante. Incontrai il professore che stava uscendo dal portone. Facemmo la strada insieme fino alla fermata del pullman. Giunti dalle parti dell'edicola di piazza Crispi gli raccontai quello che era successo. Cambiando di mano alla borsa che teneva sulla sinistra disse che le bugie dette a Federica potevo considerarle un bene. Facendo precedere un bel sorriso alle sue parole, aggiunse: ‹‹Adesso non hai via d'uscita››.

Non sapevo cosa avrebbe detto ma ero certo che stava per dire qualcosa di saggio. Mettendomi la mano sulla spalla continuò: ‹‹Vedi che avevo ragione a dire che la cultura serve anche per conoscere le ragazze? Prestando a Federica il libro che non hai letto ti sei messo, a tua insaputa, nella condizione di doverlo leggere. Lo dovresti trovare nella biblioteca di viale Trento. Tienimi informato. Se non è lì prova nella stessa bancarella dove l’hai comprato. Se poi non hai i soldi non ti preoccupare contribuirò volentieri alla causa. Però fallo e non lasciare passare inutilmente i giorni.  

 Accettai la sfida come se si trattasse di vincere una partita. Trovai il libro il giorno dopo al mercatino dell'usato. I soldi li avevo chiesti alla mamma dicendole questa volta la verità e che appunto mi servivano per comperare un libro. La sera stessa con molta fatica iniziai quella lettura che mi avrebbe permesso un dialogo con Federica. Mi ritrovai di fronte il nemico di sempre ma questa volta non potevo arrendermi né alle parole troppo piccole e nemmeno agli argomenti. Le pagine erano fitte e soprattutto veramente tante. Leggerle tutte non sarebbe stato possibile e non soltanto per una questione di tempo. Serviva cercare una scorciatoia, d’altra parte quello che contava era poter palare del libro e non sostenere un esame. Si trattava pur sempre della mia prima volta e questo non era un dettaglio da trascurare. Benché leggessi con fatica e male non mi stavo arrendendo alle parole perché per la prima volta il risultato di quello che stavo facendo aveva uno scopo. Seguirono giorni difficili fatti di alternanza tra sconforto e voglia di riscatto.

Il professor Cionco non si limitò a darmi consigli, mi aiutò a comporre schemi e a tradurre con parole mie quelle scritte nei capitoli del libro. A dire il vero semplificò molti dei concetti che non riuscivo a capire insegnandomi piccoli trucchi e segreti per memorizzare meglio i contenuti.

Da professore si era trasformato in tante altre cose chiedendomi spesso della mia vita una volta a casa. Gli parlavo del casale e degli ulivi ai quali avevo dato un nome. Me lo sentivo amico e quindi per lui il mio mondo non aveva segreti. Gli dicevo che avevo odiato la scuola perché mancino e balbuziente. Chinando la testa aggiungevo che l’avevo odiata ancor di più perché mi facevano leggere ad alta voce in classe.

Per prima cosa mi aveva insegnato a comprendere il linguaggio del libro dicendomi che le 440 pagine potevano essere ridotte a meno di 100 se avessi avuto cura di sottolineare il corpo centrale degli argomenti. Tutte cose complicate ma che somigliavano di molto alla scorciatoia che avevo inutilmente cercato. Fu lui a scegliere il capitolo che mi avrebbe permesso una esposizione coerente e sicura.

Quando Federica mi restituì il libro ero in grado di discuterne una buona parte. Complice l'entusiasmo per la mia prima lettura e il desiderio di assecondare le passioni culturali della ragazza, cominciai a occuparmi di cose che mai avrei pensato potessero entrare a far parte della mia vita. Sotto l'attenta guida del professore incominciai a studiare regolarmente mettendo in pratica i suoi insegnamenti che consistevano nel semplificare i concetti, nel fare schemi e traduzioni degli argomenti. Se ne avvantaggiò quella parte di registro dove c’era scritto il mio nome, mentre mia madre, preoccupata perché non uscivo più con gli amici di sempre, si rese conto che stava cambiando qualcosa nella mia vita. Quello che avevo vissuto prima di allora tra il bar e il campo sportivo si stava muovendo tra due nuovi punti di riferimento: una ragazza del liceo classico di nome Federica e un insegnante prete.

Le distanze tra me e il mio recente passato si erano fatte sempre più grandi. Mi ritrovavo a immaginare una vita diversa da quella dei miei amici che mi fischiavano da sotto la finestra per chiedermi di uscire. Nel giro di qualche mese il perimetro della mia vita si era ridisegnato sopra interessi nuovi. Quello che avrebbe dovuto essere un sereno percorso di rinascita custodiva in realtà ansie nei confronti delle quali mi sentivo disarmato ogni volta che mi ritrovavo a fare i conti con gli argomenti incomprensibili dei libri. 

Dei soliti giri a vuoto dentro il paese sentivo di poterne fare a meno. Era stato avviato il cantiere della rinascita ma i risultati che fanno alzare il pugno in alto ancora non c’erano. Sotto casa non venne più nessuno. Il prezzo delle mie scelte lo stavo pagando con la solitudine. L'unico amico superstite che qualche volta bussava alla mia porta era Gianni.

Veniva a trovarmi soprattutto quando sentiva il bisogno di sfogarsi per i continui litigi con Luisa. La sua fidanzatina delle medie aveva mal digerito la scelta del ragazzo di non continuare gli studi. A dire il vero anche io faticavo a comprendere le ragioni che lo avevano spinto a preferire alla scuola il posto da manovale nella ditta edile del padre. Gianni era sempre stato un allievo modello e lo sarebbe stato anche alle superiori. Mi raccontava dei soldi che stava mettendo da parte per comperarsi il motorino e di quanto per lui fosse importante non pensare a niente una volta terminato il lavoro. Immaginava il futuro con la ragazza nella mansarda costruita dal padre.

Luisa, e lui questo lo doveva sapere quanto lo sapevo io, non era di quelle che stravedono per mariti figli e cucina. Piuttosto vanitosa e ambiziosa, le piaceva far voltare i ragazzi alla fermata. Lui la incontrava ai giardinetti nel pomeriggio, io la vedevo per il Corso tenuta per mano con un ragazzo delle magistrali. Le visite del mio amico, benché viziate dal bisogno di confidarsi con qualcuno, erano le poche occasioni che mi si presentavano per dialogare con il mio recente passato.

Quando lo ascoltavo riuscivo a immaginarlo già grande e questo mi faceva in qualche modo paura. Lui stesso si vedeva così. Voleva imparare a fare presto e bene il mestiere del padre. Usava i termini dei muratori esperti e, benché apprezzassi il suo entusiasmo, quello che non riuscivo a fare era immaginarlo con Luisa nella mansarda costruita dal padre

Quei ragazzi in abiti da lavoro, che sostavano la mattina alle sette di fronte al bar in attesa dei loro rispettivi principali, erano l'immagine complessiva di un mondo entro il quale avrei dovuto trovare posto io, non lui. I miei non avevano fatto pressioni perché scegliessi di andare a bottega o fare il manovale, però non avrebbero avuto nulla in contrario se alla scuola avessi preferito imparare un mestiere. Gianni non poteva immaginare come mi sentivo quando mi diceva che il padre avrebbe avuto bisogno di un bravo elettricista in cantiere. Per lui stavo studiando elettrotecnica, chi aveva smesso di saperlo ero io. Incominciò a diventare difficile sedermi sulle scale per parlare con lui di cantieri aperti e soldi guadagnati. Mi ero scoperto diverso dal ragazzo che lui aveva conosciuto. Desideravo mettere un fossato di mezzo tra quello che avrei voluto essere e quello che ero stato. Oggi che sento come compiuta questa specie di metamorfosi, da buon ranocchio che ha saltato il fosso, ho la necessità di ricordarmi tante cose e soprattutto quale altro destino mi attendeva se quel giorno avessi vinto la partita al circolo del biliardo e se non mi fosse capitato di incontrare sul mio cammino una ragazza di nome Federica e un insegnante prete.

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